venerdì 30 marzo 2018

Diario - 29 marzo 2018

Una meraviglia selvaggia: nelle Gole di Fosso Torno (prima esplorazione)



Da tempo avevamo intenzione di esplorare le Gole di Fosso Torno, una località da sempre snobbata ( della serie "è solo un fosso", appunto). L'approccio della nostra associazione è esplorativo e con un occhio rivolto a località di bassa montagna per niente turistiche, ma meritevoli di attenzione.  Posti che spesso riservano delle grosse sorprese, come nel caso di queste gole. Più che di un "fosso" si tratta infatti di un vero e proprio torrente con delle forre di tutto rispetto, che ricorda in certi tratti le atmosfere del Raganello. Una meraviglia naturale usata nei decenni come discarica, ma che meriterebbe di essere bonificata e fatta conoscere, anche come un percorso di canyoning. 
  Dalla famiglia Oliveto che gestisce il bar di Torno, già avevamo saputo che la discesa del torrente era stata compiuta da alcuni speleologi pugliesi in estate tanti anni fa (forse l'unica esplorazione di torrentismo che si conosca). Non può essere certo un posto turistico e facilmente fruibile, essendo impervio e selvaggio, ma quantomeno bisognerebbe  rimarcare che nel territorio di Viggianello esistono gole così spettacolari. 

All'inizio l'obiettivo era "speleologico", ovvero quello di esplorare alcune cavità che si vedevano sotto la strada, da Cozzo Cricchio. Lasciamo la macchina vicino al muro e scendiamo nel bosco. Sotto la strada c'è una discarica a cielo aperto: copertoni, lavatrici, recipienti di plastica vari, persino due carcasse di vecchie auto! Evito di pubblicare le foto dei rifiuti, mettendo in risalto solo ciò che abbiamo visto di bello. Incontriamo le pareti che ci interessano e ci facciamo strada con il macete tra i rovi. Dalle belle pareti percola l'acqua. Di grotte nessuna traccia però, solo piccoli "ripari" sotto le pareti. 




Da lontano si vede anche un ruscello che forma una cascata molto alta che scende nel torrente lungo le alte pareti (dagli abitanti di Torno al bar, verremmo dopo a sapere che si chiama "cascata della zita"). 

Allontanandoci dalla strada scompare finalmente l'immondizia: siamo in un bel bosco di leccio. Arriviamo finalmente giù, ma per giungere al letto del torrente dobbiamo usare la corda doppia, seppure per un breve tratto. Scesi sotto ci accorgiamo subito della bellezza del posto, un vero e proprio torrente incassato nella roccia e delimitato da alte pareti. Anche qui purtroppo di tanto in tanto si incontrano dei rifiuti, anche se più che altro di piccola entità (oggetti di plastica soprattutto). Forse la bonifica del torrente sarà possibile solo se i futuri torrentisti che frequenteranno le gole avranno la pazienza poco alla volta di portarsi uno zaino più capiente dove riporre i rifiuti incontrati. 






Continuiamo a scendere giù, cercando di non bagnarci i piedi e saltanto da una riva all'altra, in equilibrio su massi scivolosi. Comincia a balenare subito l'idea di una discesa integrale con le corde del torrente, quando comincerà a fare caldo ma ci sarà ancora l'acqua, che qui già verso giugno scompare. Procedendo ancora in discesa incontriamo un bellissimo tratto, più stretto, con una cascata a forma di scivolo.


foto di M. Lofiego
Qui decidiamo di fare marcia indietro per risalire il torrente fino alla frazione di Torno. Raggiungiamo il punto in cui ci siamo calati e poi proseguiamo. Non ce l'aspettavamo, ma qui le gole si restringono: sono i tratti più interessanti. Finora eravamo riusciti a non bagnarci i piedi, saltando da un masso all'altro, ma per risalire certi tratti siamo cotretti a bagnarci.


foto di M. Lofiego

foto di M. Lofiego

Incontriamo una cascatina con una pozza di acqua alta circa un metro e mezzo ma riusciamo arrampicandoci ad aggirarla. Si prosegue la salita, le gole restano strette, lungo il torrente incontriamo grandi massi. Evitiamo di passare, per la puzza, vicino alla carogna di una pecora, forse caduta da sopra... Si prosegue ed ecco la sorpresina: una cascata di cinque metri ci sbarra la strada. Non c'è proprio modo di aggirarla. Anche se avessimo la muta e potendoci bagnare, sarebbe difficile lo stesso superarla. Si rafforza l'idea che dovremo affrontare il torrente quando farà caldo e ci sarà ancora l'acqua, attrezzati di mute e corde, scendendo le cascate con la corda in doppia, ancorata agli alberi. 







Dobbiamo tornare indietro, ma più sopra, visto il dislivello che c'è ancora fino a Torno, dovrebbero esserci altri salti e altre cascate. Adesso dobbiamo trovare un modo per superare le pareti delle gole e arrampicarci, fino a raggiungere i pendii boscosi che ci porteranno alla strada provinciale. Troviamo un punto ripido che riusciamo a superare, ma arrivare sopra è più difficile di quel che sembra: il terreno è instabile e il punto da superare molto esposto, scivolare significherebbe cadere direttamente giù sulle rocce del torrente. Così mettiamo una corda in doppia ad un albero che funga da sostegno. Superato il punto esposto saliamo lungo i pendii e ci portiamo sulla strada. 



Poi andiamo al bar a bere una birra e parliamo con gli avventori della nostra esplorazione. Da una foto capiscono la zona della grotta che cercavamo e ci dicono che il nome della grotta, o meglio del riparo, è "Grotta del Monaco". Poi parliamo delle gole, che sono conosciute da alcuni locali; c'era chi attraversava Fosso Torno con le capre e chi conosceva le gole perchè ci andava  a caccia. La prima esplorazione integrale di torrentismo pare che risalga però al 2001, ad opera del Gruppo Speleo 'Ndronico di Lecce. La famiglia Oliveto ci mostra un passpartu con le foto che all'epoca fecero gli speleologi pugliesi. 
Oggi è tempo che le Gole di Fosso Torno escano dal dimenticatoio e si cominci a pensare ad un serio progetto di bonifica e di fruizione sostenibile,  nel rispetto della wilderness di questa meraviglia naturale...



foto di M. Lofiego




sabato 27 gennaio 2018

Diario - 26 gennaio 2018

 Monte Pollino dalla "Via dei lupi" (Grande Frana)

Lo spettacolo offertoci oggi dalla montagna non è in verità così consolante: siamo a fine gennaio, ma lo scarso innevamento della montagna in questo periodo è quello che si troverebbe ai primi di dicembre in condizioni stagionali normali. Con le temperature alte di questi giorni decidiamo con Maurizio di fare un'alpinistica nel versante nord del Monte Pollino. La valutazione dell'ambiente ci porta a decidere per i canali della "Via dei Lupi", che troviamo in condizioni ottime. Non è stato però uno scherzo, perchè su gran parte della via abbiamo trovato condizioni di ghiaccio vivo, dove entravano solo le punte dei ramponi e le becche delle piccozze. La tecnica della "piolet traction", ovvero l'uso delle due piccozze nella scalata su ghiaccio è molto opportuna in queste condizioni. Arrivati sopra al sicuro, continuiamo a seguire la cresta portandoci nella zona del circo glaciale, ovvero la zona sommitale della Grande Frana, un esempio da manuale dell'erosione provocata dai ghiacciai nel corso dell'ultima glaciazione. Si notano segni di frattura del manto nevoso, a causa della pendenza; dei cornicioni sovrastano l'ultimo salto della Grande Frana. Ci portiamo verso la cima e poi scendiamo lungo la cresta sud, ammirando belle colonie di pino loricato. Siamo al tramonto e all'estremo orizzonte si notano i riflessi del sole sul mare lontano...
























domenica 24 dicembre 2017

Diario - 23 dicembre 2017

Serra Dolcedorme dalla Direttissima 

Itinerario: Cozzo Palumbo, Crestone dei Loricati - Direttissma, Cima del Dolcedorme, Timpa di Valle Piana, Varco di Malevento, Varco di Pollinello, La Tagliata, Cozzo Palumbo


Con Marco e Maurizio si voleva fare qualche scalata impegnativa in vista di Natale. L'itinerario scelto è stato uno di quelli del versante sud del Dolcedorme, che ancora non conoscevamo. Si tratta della via del Crestone dei Loricati - Direttissima, con ritorno lungo il sentiero per Varco di Pollinello - La Tagliata. E' un'ascesa invernale molto impegnativa, per dislivelli (ben 1300 m.!), tipo di terreno e chilometri. Stamane il vento è fortissimo e scuote gli alberi in maniera violenta; se continuerà così l'ascesa non sarà facile. Da Cozzo Palumbo dove lasciamo il fuoristrada, prendiamo un crinale panoramico, poi seguiamo un sentiero nel bosco; in seguito capiremo dalla cartina che è  quello che dovrebbe condurre verso il Vallone di Faggio Grosso.



Ci accorgiamo di aver sbagliato direzione e perciò ci dirigiamo a sinistra, salendo per raggiungere il Crestone. L'ambiente all'inizio è quello della bassa montagna, lecci pini neri, pini da rimboschimento, faggi. Più sopra predomina l'interessante associazione di pini loricati e pini neri larici, che qui sono autoctoni. Si vedono purtroppo anche i segni degli incendi degli anni scorsi. Molti pini larici hanno resistito al fuoco, altri non ce l'anno fatta. Il crestone si fa sempre più roccioso, i pinnacoli cominciano a spuntare e il bosco a diradarsi. 



La salita comporta qualche passaggio di facile arrampicata, o l'aggiramento degli spuntoni di roccia più alti. I pini loricati cominciano a predominare. Il panorama è superbo: i crestoni rocciosi, i canaloni e le impressionanti pareti del versante sud Dolcedorme, il verde dei pini loricati che popolano le rocce, creano un'atmosfera di wilderness incontaminata. Lontani si notano canalini ripidi che scendono dalle pareti, invitanti per l'alpinista. Qui è l'uomo che deve adattarsi alla severità della montagna, non viceversa. Non esiste la funivia che ti porta in cima, ogni metro di dislivello bisogna guadagnarselo con fatica. Ma l'impegno è ripagato dagli scenari che ci regala questa montagna.  Deturpare, addomesticare e banalizzare i luoghi selvaggi del Pollino significherebbe togliergli appunto la sua anima più profonda, quella della wilderness...

foto di Maurizio Lofiego







Abbiamo seguito il crestone e ad un certo punto ci rendiamo conto che dobbiamo abbandonarlo per raggiungere il canalone centrale, che dovrebbe portarci verso le vie che conducono alla vetta. Per noi oggi l'escursione è esplorativa. Intanto il tempo è nettamente in miglioramento, è uscito il sole ed il vento si è calmato. E' ora di calzare i ramponi, la neve è asciutta e scivolosa, sebbene ancora poca. Raggiungiamo il canalone centrale e cominciamo la dura salita, portandoci in un anfiteatro spettacolare di alte pareti rocciose e pini loricati monumentali: forse è il luogo più bello in assoluto dell'intera escursione. La neve in alcuni punti è instabile, perciò procediamo sulle pietraie: qui i massi ghiacciati ci reggono bene. 
foto di Maurizio Lofiego




foto di Maurizio Lofiego


 Ora il problema è scegliere il canale da scalare per uscire sulla cima. Individuiamo uno stretto canalino sulla destra, da lì si potrebbe passare. Poi, Marco che è più avanti, va a controllare sulla sinistra se c'è un'altra via; capiamo che si passa anche da lì e il canale è bello largo, anche se ripido. Intanto, notiamo che dal canalino di destra precipita un sasso: una ragione in più per seguire l'altra variante (come saprò dopo nella guida di alpinismo "Sud Verticale" il canale da noi seguito è indicato come la via classica della Direttissima Principale). La neve del canale è molto ghiacciata, penetrano solo le punte dei ramponi e il puntale della piccozza a volte ha difficoltà ad entrare. Marco procede rapidamente come Ueli Steck! Siamo sui 50 gradi come pendenza e il canale è bello lungo. Personalmente trovo più comodo salire ancora con la tecnica "francese" (piedi a papera e busto dritto, meno faticosa), alternandola a quella con le punte in avanti e le ginocchia piegate, nei tratti più ripidi e ghiacciati. 







Arriviamo finalmente sulla cresta, nei pressi della cima. Cornici di neve ghiacciate. In cima ci tratteniamo poco: abbiamo poche ore di luce e bisogna cominciare a scendere. La strada del ritorno è ancora lunga. 



foto di Maurizio Lofiego

Il versante sud è noto per i suoi dislivelli imponenti, mentre il versante nord d'inverno è impegnativo più che altro per la neve abbondante e il clima rigido. E  questo ci viene subito ricordato scendendo lungo la cresta ovest. Cala la nebbia e un vento gelido ci mette a dura prova. Non abbiamo ancora mangiato e ci ripariamo sotto dei massi ghiacciati. Riusciamo a resistere poco tempo senza guanti, le mani perdono subito sensibilità Ci rimettiamo in marcia nella nebbia fitta: non si vede nulla a pochi metri di distanza. Ci orizzontiamo seguendo la cresta, che ci porterà al Varco del Malevento. 





Volevamo scendere dalla cresta di Celsa Bianca, ma con questa nebbia e il vento, anche aiutandoci col GPS sarebbe complicato seguire questa via. Perciò, arrivati a Varco del Malvento ci dirigiamo verso il Varco del Pollinello, itinerario ben segnato, attraversando i bellissimi pianori di questa zona e lasciandoci alle spalle la nebbia e il forte vento. Ed eccoci alla Tagliata, mentre il sole tramonta guardando verso il Pollinello. Una piccola croce e una targhetta ricorda un incidente aereo accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale a dei piloti tedeschi, che si schiantarono sulle rocce. La discesa lungo il bellissimo sentiero che conduce all'Orto Botanico di Castrovillari è ancora lunga e seguiamo pazientemente la traccia alla luce delle nostre lampade frontali. Più giù, ricompare il Dolcedorme: il cielo è sereno e stellato, ma le nubi minacciose incombono ancora nella notte invernale di questa austera montagna...